CAREZZA NON E’ UNA PAROLA – Epilogo


 

Edouard Boubat, Parc de Saint Cloud, Paris, 1980 ca.

Edouard Boubat, Parc de Saint Cloud, Paris, 1980 ca.

In precedenza:  (1) Quando la mano si fa voce (2) La carezza è risveglio dei sensi – (3) Non sempre le parole riescono a raggiungerci – (4) Per il bambino la carezza è formazione – (5) Il nostro Io pensante emerge attraverso la pelle – (6) La carezza ci conduce all’idea dell’infinito – (7) La carezza è apertura mentale alle singolarità dell’altro – (8) La carezza è memoria impressa nel tempo – (9) La carezza è naturalezza che scorre fluida – (10) La metafora della carezza costruisce la pace – (11) Senza carezze viene meno la speranza – (12) La carezza lotta contro l’indifferenza.

 

Dieci ‘ragioni’ (più una) sono forse poche se consideriamo anche alcuni aspetti della sessualità, della compassione, della funzione terapeutica, o l’azione antitetica della carezza nei confronti di alcuni debolezze contemporanee come la superficialità, la fretta, il nichilismo…

Tutti noi siamo concordi sull’opportunità di formulare propositi di benevolenza, e al tempo stesso consapevoli delle difficoltà per realizzarli. Sappiamo essere gentili e comprensivi per la maggior parte del tempo, ma spesso ci stanchiamo come se ci venisse richiesto uno sforzo enorme. Inoltre ammettiamo di essere selettivi così che ci viene spontaneo essere gentili con persone che conosciamo e che ci piacciono, o che mostrano apprezzamento per il nostro operato. Ciò avviene non senza una punta di vanità, e in alcuni casi con la speranza –più o meno confessata- di ottenere una gratificazione.

Eppure certe manifestazioni sociali dovrebbero essere naturali, quindi esercitate senza sforzo, come alcuni sentimenti che gli antropologi ci dicono innati. Ma esiste la possibilità di una educazione ad essi, quasi di una loro ri-scoperta. Parlando dell’atteggiamento della compassione in medicina David R. Shlim scrive: “A mano a mano che la nostra compassione si dispiegherà con sempre minore sforzo, essa diverrà automaticamente più stabile; e a mano a mano che si stabilizzerà, diverrà più vasta. A mano a mano che crescerà in noi la fiducia nella nostra stessa compassione, dipenderemo sempre meno dai riscontri positivi degli altri.

La possibilità di conseguire una compassione stabile, vasta, non dipendente dal nostro ego, allinizio può sembrare piuttosto remota; bisogna però ricordare che già la possediamo in modo naturale, e che quando siamo rilassati e aperti essa si esprime spontaneamente. Per poter coltivare questa nostra caratteristica, incominciamo ad addestrarci a pensare come sarebbe se fossimo noi il paziente che soffre; poi rendiamo quella nostra compassione più autentica nutrendo un atteggiamento aperto e rilassato”.

Lo stesse difficoltà e le stesse possibilità di superarle si ritrovano nell’atteggiamento di ‘riconoscimento’ degli altri. Come la compassione, anche la disposizione all’incontro è già dentro di noi in maniera naturale ed emerge quando impariamo a rimuovere gli ostacoli, nel momento in cui diventiamo persone, aperte e comprensive. Potremmo (dovremmo?) educarci a tutto questo mediante una esplorazione di noi stessi. E non possiamo addurre a pretesto della nostra incapacità di esprimerci le costrizioni temporali imposteci dalla società moderna. Quando viene coltivata una sincera disposizione a rapportarci con l’altro, questo stato d’animo traspare già dal comportamento, in maniera immediata indipendentemente dal tempo che vi viene dedicato. Anche solo un attimo di tempo è sufficiente a cogliere questo raggio di luce interiore.

Facciamo a questo punto una precisazione, forse non necessaria ma in ogni caso prudente. La carezza è genericamente associata a un atteggiamento benevolo, così che un suo elogio potrebbe sottintendere un intento morale così maldestro che qualsivoglia negazione risulterebbe poco convincente. Sulla carezza non abbiamo voluto creare un sistema etico (peraltro già elaborato da alcuni sociologi), ma abbiamo solo cercato di mostrarne il senso. Ben lontani dalla formulazione di un dover essere, abbiamo solo tentato un esercizio fenomenologico, attraverso autorevoli testimonianze filtrate dalla nostra personale interpretazione rivolta in maniera sensibile –e a tratti poetica- verso l’uomo. Il tutto con un’intenzionalità che rimane astratta ma che nella sua astrazione potrebbe aiutare a capire meglio il senso di come rapportarci con l’Altro. Per questo ci piace concludere con le parole di Zygmunt Bauman, certamente uno dei più lucidi sociologi contemporanei scrive: “ L’etica postmoderna”, sostiene Marc-Alain Ouaknin, “è un’etica della carezza”. La caratteristica della mano che accarezza è quella di rimanere aperta, di non stringere mai, di non “afferrare” mai; essa sfiora senza premere, si sposta seguendo la forma del corpo accarezzato.

La carezza si colloca al centro della concezione lévinasiana nel contesto della sua analisi dello stretto parallelismo tra l’avvenire e l’Altro. L’avvenire, l’avvenire autentico, l’avvenire che non-è-stato-ancora (…) è ciò di cui non è possibile appropriarsi in alcun modo. (…) L’avvenire “cade su di noi” e “si impadronisce di noi’. In altri termini, “L’avenir, c’est l’autre”. Rispetto all’avvenire, come rispetto all’Altro, il soggetto “ne peut rien pouvoir”, “non può disporre assolutamente di nulla“. L’avvenire, come l’Altro, è (nel suo stare di fronte, nel suo faccia a faccia), al tempo stesso “dato” e “nascosto”. Nessun equivalente dell’avvenire, neppure qualcosa che gli assomigli, può essere trovato nel presente, in quel-che-io-afferro, in quel-che-può-essere-afferrato. Tra il presente e l’avvenire c’è un abisso. L’avvenire è sempre una nuova nascita, un principio assoluto. E così è l’Altro.

 

CARESS IT’S NOT JUST A WORD – Epilogue

Before: (1) When the hand becomes word – (2) The caress is an awakening of the senses – (3) Words cannot always reach us – (4) For the child a caress is development – (5) Our thinking Ego emerges through the skin – (6) The caress leads us to the concept of the infinite – (7) The caress is a mental aperture towards the uniqueness of the other – (8) The caress is memory imprinted in time – (9) A caress is spontaneity unrestrained – (10) Caress as metaphor builds peace – (11) Hope dies without caresses – (12) The caress fights indifference

Ten ‘reasons’ (plus one) are not many if we also consider aspects such as sexuality, compassion, therapeutic function, or the antithetical action of a caress compared to some of the contemporary human weaknesses such as superficiality, haste, nihilism …

Everyone agrees that proposals of benevolence are in order, but we are also aware of the difficulties involved. Most of the time we are kind and understanding, but often we tire as if the effort involved was above our possibilities. Moreover we admit to being selective so that it is natural to be nice to persons we know or whom we like, or who appreciate what we are doing, often accompanied by a touch of vanity, and in some cases the hope – more or less acknowledged – of some kind of gratification. Yet certain social manifestations should be natural, in other words exercised effortlessly, like some of the feelings described as innate by anthropologists. We can however learn, almost rediscover, them anew. With regards to compassion in medicine David R. Shlim writes: “As our compassion becomes more effortless, it automatically becomes more stable. As it becomes more stable, it can be more encompassing. And as our confidence in our compassion increases, we become less dependent on positive feedback from anyone – patients, supervisors, or peers. The possibility of a compassion that is stable, vast, and not ego-dependent may initially seem quite remote. We need to remind ourselves that we are already naturally compassionate. When we are relaxed and open, our compassion expresses itself spontaneously. To train that compassion, we begin by thinking what it is like to be a patient in distress. Then we make our compassion more authentic by nurturing a relaxed, open attitude.” The same difficulties and possibilities for overcoming them appear in the ‘recognizal’ attitude of others. Like compassion we have an innate predisposition for encounter that emerges once we learn to remove the obstacles, when we become more open and empathetic persons. We could (should?) educate ourselves in this sense by exploring ourselves. We cannot blame the temporal constrictions imposed by modern society on our inability to express ourselves. When we sincerely wish to relate to others this state of mind is mirrored in our behavior, in an immediacy regardless of the time involved. An instant suffices to grasp this ray of inner light.

At this point elucidation might be called for, whether or not deemed necessary. The caress is generically associated with benevolence, so that praise thereof might imply a moral intent, so maladroit that denials of any sort would be unconvincing. No attempts have been made here to create an ethical system of the caress (sociologists have already seen to that), but we have only endeavored to show its meaning. Far from formulating a must be, we have simply embarked on a phenomenological exercise, with personal perceptive, at times poetical, interpretations, centered on the human being, of observations by eminent authors. Abstract in its intention, this abstraction might make us more aware of what it means to relate to the Other.

We would therefore like to conclude with the words of Zygmunt Bauman, certainly one of the most lucid contemporary sociologists: “Postmodern ethics”, maintains Marc-Alain Oaknin, “is an ethics of the caress”. The characteristic of the caressing hand is that it remains open, it never closes, it never “tightens into a grip” but strokes without pressure, moves following the form of the body caressed. The caress is at the center of Lévinas’s concept in the context of his analysis of the close parallelism between the future and the Other. The future, the authentic future, the future that has not yet been (…) is what we cannot take possession of in any way. (…) The future “falls on us” and “takes hold of us”. In other words “L’avenir, c’est l’autre”. With regards to the future, as with regards to the Other, the subject “ne peut rien pouvoir”, “absolutely cannot dispose of anything”. The future, like the Other, is (in its being face to face with us, opposite us), “given” and “hidden” at one and the same time. No equivalent of the future, not even anything that resembles it, can be found in the present, in that-which-I grasp, in that-which-can-be-grasped. There is an abyss between the present and the future. The future is always a new birth, an absolute beginning. And the same holds for the Other.”